Sanzioni Usa contro Caracas

 

 Geraldina Colotti, 19.12.2014 “Il Manifesto”

Venezuela. Il presidente degli Stati uniti ratifica le decisioni del Congresso

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Venezuela, manifestazione contro le sanzioni Usa

 © Reuters

 

Barack Obama ha fir­mato: le san­zioni Usa con­tro il Vene­zuela, appro­vate dal Con­gresso, diven­tano così ese­cu­tive. Sono dirette ai «fun­zio­nari respon­sa­bili di vio­la­zioni ai diritti umani» e con­tem­plano il con­ge­la­mento dei beni e il rifiuto dei visti. Obama assume dun­que appieno la posi­zione delle destre vene­zue­lane, i cui rap­pre­sen­tanti hanno più volte fatto ricorso alle istanze inter­na­zio­nali per chie­dere san­zioni con­tro il pro­prio paese. Tra i più acca­niti, i due ex gol­pi­sti Maria Corina Machado (grande amica di George W. Bush) e Leo­poldo Lopez, in car­cere in atte­sta di giu­di­zio con l’accusa di aver diretto le pro­te­ste vio­lente scop­piate a feb­braio (43 morti e cen­ti­naia di feriti).

La mag­gio­ranza delle vit­time è stata pro­vo­cata dalle gua­rim­bas, bar­ri­cate di chiodi, detriti e fil di ferro, messe in atto nei quar­tieri bene della capi­tale e in que­gli stati (soprat­tutto al con­fine con la Colom­bia) in cui si sono veri­fi­cati gli attac­chi più cruenti. Vio­lenze durate mesi a seguito di una cam­pa­gna lan­ciata da Machado, Lopez e dal sin­daco della Gran Cara­cas, Anto­nio Lede­zma per chie­dere l’espulsione dal governo del pre­si­dente vene­zue­lano Nico­las Maduro (la salida). Un piano pre­or­di­nato dall’esterno, secondo il governo boli­va­riano, volto al con­trollo delle risorse petro­li­fere e a quello del con­trab­bando di fron­tiera (un busi­ness di molto supe­riore a quello del traf­fico di droga). Un ten­ta­tivo già messo in atto nel 2002 con il golpe con­tro l’allora pre­si­dente Hugo Cha­vez, ripor­tato in sella a furor di popolo dopo la breve paren­tesi dell’imprenditore Car­mona Estanga e la sospen­sione delle garan­zie isti­tu­zio­nali. Anche allora, in primo piano c’erano Machado, Lopez e l’ex can­di­dato alla pre­si­denza Hen­ri­que Capri­les Radon­ski. Durante le pro­te­ste, le auto­rità vene­zue­lane hanno pub­bli­cato un tarif­fa­rio in base al quale veni­vano pagati para­mi­li­tari per pro­vo­care morti di piazza oppure omi­cidi mirati. Una lunga inda­gine e le inter­cet­ta­zioni video di un gruppo di estrema destra, attivo durante le pro­te­ste, hanno por­tato all’estradizione dalla Colom­bia di due lea­der dell’organizzazione Javu e alla con­ferma di quell’interpretazione. I due pia­ni­fi­ca­vano atten­tati nelle disco­te­che e omi­cidi selet­tivi, come quello che ha poi por­tato alla morte del gio­vane depu­tato cha­vi­sta Robert Serra. Le con­ver­sa­zioni inter­cet­tate fanno espli­cito rife­ri­mento sia al para­mi­li­ta­ri­smo dell’estrema destra colom­biana, capi­ta­nata dall’ex pre­si­dente Alvaro Uribe che alle rela­zioni con Machado e i lea­der dell’opposizione oltran­zi­sta vene­zue­lana. Obama si è già espresso pub­bli­ca­mente per chie­dere la libe­ra­zione di Lopez e così hanno fatto le destre euro­pee e quelle di oppo­si­zione nei paesi del Lati­noa­me­rica in cui governa la sini­stra, come in Brasile.

Anche il Comi­tato vit­time delle gua­rim­bas si è rivolto agli orga­ni­smi per i diritti umani delle Nazioni unite e ha chie­sto udienza al Par­la­mento euro­peo: «Vogliamo che il mondo cono­sca la verità sui fatti vio­lenti acca­duti nell’aprile del 2013 e poi da feb­braio a giu­gno del 2014», scrive il Comi­tato, denun­ciando di essere stato «oscu­rato» dalle ini­zia­tive delle destre vene­zue­lane. Nell’aprile del 2003, dopo l’elezione di Maduro a pre­si­dente (di misura ma rego­lare, secondo gli osser­va­tori inter­na­zio­nali), Capri­les incitò le piazze «a sfo­gare l’arrabbiatura» e il saldo fu di 11 cha­vi­sti uccisi.
Tra le per­sone col­pite dalle san­zioni vi sareb­bero l’ex mini­stro degli Interni, Miguel Rodri­guez Tor­res e la Pro­cu­ra­trice gene­rale Luisa Ortega Diaz, insieme ad alcuni gover­na­tori degli stati in cui più acuti sono stati gli scon­tri (come Gre­go­rio Vielma Mora, che governa il Tachira) e anche al pre­si­dente dell’Assemblea Dio­sdado Cabello. Come già nel 2011, potrebbe essere presa di mira la Cigto, la società di raf­fi­na­zione vene­zue­lana con sede negli Usa, dipen­dente dall’impresa petro­li­fera di stato, Pdvsa. E il Vene­zuela potrebbe ven­dere la Cigto.

Lunedì scorso, il popolo cha­vi­sta ha mani­fe­stato nume­roso con­tro le san­zioni. «Voglio essere inclusa anch’io nell’elenco», ha detto la mini­stra delle Car­ceri, Iris Varela. E tutti i lea­der del cha­vi­smo hanno rispe­dito al mit­tente le san­zioni: «Misure inso­lenti — ha com­men­tato Maduro — prese dall’élite impe­riale Usa, non hanno fun­zio­nato per Cuba, figu­ria­moci da noi». San­zioni che, per il mini­stro degli Esteri Rafael Rami­rez «non hanno niente a che vedere con i diritti umani, per­ché altri­menti gli Stati uniti dovreb­bero rivol­gerle prima di tutto a loro stessi, ma che sono dirette con­tro chi osa levare la ban­diera del socia­li­smo e costruire nuove alleanze». Nel 2015 — ha aggiunto Rami­rez — il Vene­zuela assu­merà la pre­si­denza dei Paesi non alli­neati, «e con­ti­nue­remo a sma­sche­rare la poli­tica degli Stati uniti».

I lea­der di oppo­si­zione hanno accolto con favore o cer­cato di mini­miz­zare le san­zioni, quelli dei paesi socia­li­sti lati­noa­me­ri­cani hanno pro­te­stato con­tro «un insop­por­ta­bile atto di arro­ganza». «L’abbassamento del petro­lio è pro­vo­cato dagli Usa per col­pire Vene­zuela e Rus­sia, Obama sba­glia, farebbe meglio ad abo­lire la pena di morte», ha detto il pre­si­dente boli­viano, Evo Mora­les.
Intanto, «il governo della strada» non si ferma. Gio­vedì i lavo­ra­tori delle fab­bri­che recu­pe­rate hanno pre­sen­tato il nuovo piano di cre­scita eco­no­mica, soste­nuto dallo stato.